Benvenuti nel mondo di "Quota 2000"

Ciao!!!

Mi chiamo Giovanni Mazzanti, Giò per gli amici. Sono l'autore del libro "QUOTA 2000 - Escursioni sulle dieci più alte vette dell’Appennino Tosco-Emiliano tra natura, storia e ricordi ".

Un libro che vi ha guidato alla scoperta delle bellezze dell'alto Appennino Tosco-Emiliano.

E' una terra meravigliosa, che sa sempre stupire e incantare chi è disposto a visitarla con amore e rispetto.

In questo sito ci sono tutte le informazioni sul libro "QUOTA 2000".

E' una specie di "curriculum vitae": per suggerimenti e contatti, scrivetemi all'indirizzo e-mail mazzanti.giovanni@gmail.com.

Ma visto che ormai il libro è esaurito... voglio allargare gli orizzonti e far diventare questo sito il diario delle mie escursioni più recenti in Appennino e sulle Alpi.
Per condividere con chi ama la montagna le emozioni sempre nuove che sa regalare...

Buon divertimento e... ci vediamo sul crinale!
P.S.: IL SITO HA SUPERATO ANCHE QUOTA 23000 VISITE!!!!
Ventitremila grazie a tutti i visitatori, anche se - come sempre - non per questo il nome del sito cambierà...

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Subito sotto a questa sezione introduttiva, trovate "UN VIDEO dalla MONTAGNA". Immagini girate sulle nostre montagne che hanno lo scopo di far conoscere e promuovere turisticamente l'Appennino Tosco-Emiliano e le Alpi.

Dopo un lungo silenzio, e dopo la Ferrata del Monte Contrario, eccovi la piccola impresa compiuta con l'amico Massimo Salicini il 29-30/09/2014: salita al Breithorn Occidentale (4165 m) da Cervinia (2050 m) con pernotto al Rifugio Guide del Cervino alla Testa Grigia (3480 m). Potremmo definirla in breve: "più forti della sfiga"....
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Subito dopo "UN VIDEO dalla MONTAGNA", eccovi la rubrica musicale "MUSICA e MONTAGNA" per unire idealmente montagna e musica: un video musicale fra i miei preferiti. Anche voi potete proporre video-musicali scrivendo all'indirizzo e-mail mazzanti.giovanni@gmail.com

Godetevi ora il video "artigianale" girato dal sottoscritto al Concerto di Ligabue, Stadio Dall'Ara di Bologna, 13/09/2014. Io e la mia "piccola-grande cucciola" ci siamo divertiti alla grande con la musica del Liga.
Buona musica, dunque, e Buona Montagna!
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mercoledì 24 settembre 2014

Completo primavera-estate 2014 - Maggio, Apuane: la Tambura da Campocatino

E' appena iniziato l'autunno e sono indietro come i meloni con l'aggiornamento delle escursioni nel periodo primavera-estate...
Sarà il caso di mettersi in pari!
Cominciamo allora con le Apuane e l'anello Campocatino (1050 m)  - Tambura (1890 m) portato a termine insieme a Mauro Pini il 9 maggio 2014.
Ritrovo al mattino presto, l'autostrada ci aspetta buia e deserta.
Quando albeggia, ci concediamo un caffè al Passo della Cisa e lo accompagnamo con delle memorabili paste alla crema.
La crema gialla, squisita e strabordante piace anche al pavimento...
Arriviamo alle otto che fa già caldo: la giornata è stupenda.
Partiamo dall'assolato e caratteristico borgo in pietra e marmo di Campocatino a poco più di 1000 m di quota sul versante Garfagnino delle Apuane.
Il borgo prende il nome da un verdeggiante circo glaciale del quaternario annidato ai piedi del Monte Roccandagia (1717 m).
Superate le ultime case, il sentiero sale deciso. Prima tra prati, poi tra boschi di faggio dal fondo pietroso.
Quindi, con uno scorbutico traverso cambia direzione portandosi nel ripido vallone delimitato dal versante nord della Tambura e dal versante est del Pisanino.
Il vallone è segnato dalle cave di marmo ed echeggia dei suoni monotoni delle macchine operatrici al lavoro.
Verso l'altro si vede, subito sopra il limite della vegetazione d'alto fusto, l'ampio e irregolare pendio inclinato della Carcaraia: un deserto d'alta quota di roccia calcarea disseminato di inghiottitoi.
E, sorpresa, è ancora ingombro di neve!!! Proviamo allora a portarci sulla cresta Nord-Est della Tambura, risalendo - non senza fatica - un ripido canalone ingombro di neve primaverile ora dura, ora granulosa e fradicia.
Giunti alla sella tra Monte Roccandagia e Tambura ci si apre davanti la grandiosa visione dello strapiombante versante Sud-Ovest della Tambura.
E ci appare ben chiaro che la cresta Nord-Est per ora non è percorribile se non con mezzi alpinistici.
Allora, con un bel traverso in cordata su neve insidiosa, superiamo le asperità del primo tratto di cresta e la raggiungiamo nuovamente dove essa si mostra praticabile.
La ripida salita ci porta in breve in vetta alla Tambura (1890 m) con visione spettacolare a 360°.
A Nord la vetta imponente del re delle Apuane, il Pisanino; e più oltre il lungo orizzonte dell'alto Appennino Tosco-Emiliano, con tutte le principali vette in fila: vicini sono Prado, Cusna, Nuda del Cerreto e Succiso, più lontani Giovo, Rondinaio, Tre Potenze e Cimone.
A Sud le brevi e precipiti valli della Versilia, a tratti scorticate dalle cave di marmo; più oltre la costa e il mare, che si intuisce tra le nubi.
Un rapido pasto, foto e autoscatto.
Poi scendiamo lungo la cresta Sud-Ovest della Tambura fino al Passo omonimo, e sprofondiamo nella valle sottostante, prima pietrosa e aridissima, poi boscosa e fresca.
Ci lasciamo accanto e di fronte altre cave di marmo bianco e grigio, con gli accecanti sfasciumi dei ravaneti che contrastano con il verde intenso delle faggete.
Dopo l'inutile ricerca dell'eremo di San Viano, completiamo l'anello riportandoci nella conca glaciale di Campocatino.
Una bella bevuta alla fontana - ci voleva, il caldo è già intenso anche se siamo solo ai primi di maggio - accanto alla bella statua di marmo dedicata ai Pastori delle Apuane
E poi via, si torna a Bologna.
L'album di Vasco "Buoni e cattivi" e il suo rock accattivante ci fanno passare il lungo viaggio in un'attimo.

Giovanni Mazzanti

















venerdì 16 maggio 2014

IL VENTO DEL PRADO

Finalmente un'altra grande indigestione di Appennino, sul finire di quest'inverno...
E' stata il 12 marzo 2014, quando con l'amico Mauro Pini ci siamo sciroppati quasi tre ore di macchina salendo da Bologna al Passo delle Radici e scollinando nel versante Garfagnino sino al vicino Casone di Profecchia (1317 m), ex-caserma delle guardie del Ducato di Modena.
Dal Casone, ciaspole ai piedi, abbiamo affrontato la salita al crinale Appenninico, ingombro di neve, avendo come meta il Monte Prado (2054 m).
La giornata era splendida, il cielo terso, senza nuvole. Ma sapevamo già che, oltre alla neve a metri - il gestore del Casone ci aveva parlato di 4 m di neve compatta al Passo di Monte Vecchio - un'altra insidia ci aspettava: il vento.
E così è stato, fin dall'inizio. Fin dalla blanda salita nella grande faggeta sopra il Casone, in bella vista delle alpi Apuane (Pizzo d'Uccello, Pisanino, Cavallo, Tambura), un vento a tratti impetuoso ci ha accompagnato. Ma si è scatenato sul serio quando, dopo una ripida salita con già i ramponi ai piedi sulla neve dura per il gelo notturno, abbiamo rimontato il crinale nei pressi delle Forbici (1818 m).
Da lì in poi è stata davvero tosta.
Ben consapevoli dell'avversario che ci fronteggiava, ci siamo vestiti in un lampo come eschimesi: copertura (anziché curvatura, vedi Star Trek...) nove!!!
Ma sembrava comunque di essere in maniche di camicia.
Il vento contrario soffiava incessante come un gigantesco phon, costringendoci ad aggrapparci con tutte le nostre forze ai bastoncini da trekking per procedere sul filo di cresta, fortunatamente assai agevole da seguire.
Un vento così forte da sbatacchiarci gli indumenti con un rumore assordante, e a volte quasi da sollevarci da terra e farci urtare l'uno contro l'altro. Ci sembrava paradossale fermarci e tornare indietro con una giornata così stupenda, ma abbiamo dovuto davvero tener duro in certi momenti.

Poi poco alla volta, mano a mano che raggiungevamo una dopo l'altra le varie cime che ci separavano dal Prado - Monte Cella (1946 m), Monte Vecchio (1986 m), Anticima del Prado (2024 m) - il vento si è fatto più umano. E dopo una pausa ristoratrice al sole e al riparo dal vento, verso mezzogiorno abbiamo raggiunto l'ampia ed appagante sommità del Monte Prado a quota 2054 m, con il suo incomparabile panorama su tutto il crinale Appenninico dall'Alto Parmense al Corno alle Scale, e soprattutto sul Gigante dell'Alto Reggiano, il Monte Cusna (2120 m).
E abbiamo potuto goderci il panorama e concentrare lo sguardo in particolare sulle gigantesche e spettacolari - quanto insidiose, ahimè, vedi Alpe di Succiso il giorno dopo... - cornici di neve, dello spessore di vari metri.
Dopo un pasto frugale e l'immancabile "selfie" fotografico, siamo tornati sui nostri passi, sotto un sole cocente, che però stentava ad ammorbidire la neve gelata proprio per effetto del vento forte.
Vento che comunque nel pomeriggio si è via via attenuato, fino a ridursi a una lieve brezza quando abbiamo abbandonato il crinale.
Raggiunto il bel rifugio delle Forbici, ci siamo addentrati nella faggeta e abbiamo riguadagnato l'auto.
Erano appena le 15:00, anche perché l'alzata mattutina ci ha consentito di fare le cose con calma e per tempo, a tutto vantaggio della sicurezza.
E di sfruttare appieno il vantaggio di camminare sulla neve dura e compatta, anziché sprofondare nella neve molle e fradicia - che abbiamo trovato solo nell'ultima ora di discesa.
Sono tutte buone pratiche da non dimenticare mai...

Giovanni Mazzanti









venerdì 14 febbraio 2014

IL CANALINO N.1 DEL CORNO

Sono vivo!!!!!!!!!!!!!!!!!
Dopo mesi e mesi di silenzio dovuti al lavoro (e guai a lamentarsi di questi tempi) mi rifaccio vivo.
Lo faccio per raccontare brevemente dell'impresa - almeno per me - compiuta insieme al grande Mauro Pini (AE, AEI, EEA del CAI Bologna, e chi più ne ha più ne metta).
Il 12 gennaio scorso Mauro mi ha fatto da guida durante l'ascesa al Canalino n.1 del Corno alle Scale (1945 m, il culmine della provincia di Bologna).  Il Canalino n.1 è il più lungo tra i cinque canalini che dalla stupenda Valle del Silenzio salgono verso i balzi sommitali del Corno alle Scale, e sbuca proprio sotto la grande croce di Punta Sofia (1939 m).
La salita è stata entusiasmante e me la sono goduta alla grande, dato che tutto si è svolto in totale sicurezza. Mauro ha fatto da primo e abbiamo proceduto dapprima slegati, sui tratti meno ripidi, poi legati e di conserva, e infine, nei 150 metri di dislivello finali, legati e facendoci sicura a vicenda.
L'uso di ramponi e doppia piccozza, di 50 m di corda, e dei leggendari picchettoni di alluminio da 50 cm ci ha consentito davvero di ridurre al minimo i rischi e di gustare pienamente l'impresa.
E che soddisfazione quando sono emerso dal tratto finale - pressoché verticale - sul piano lievemente inclinato subito sotto alla croce di Punta Sofia, sorgendo dall'ombra fredda del canalino al tiepido sole di questo "non inverno".
Abbiamo poi completato la giornatona da ricordare con la classica traversata di crinale Corno - Lago Scaffaiolo, sulla neve dura e rada di questo gennaio anomalo, inondata dal sole per tutto il tempo.
Le tagliatelle e il grappino del Rifugio Duca degli Abruzzi a questo punto ce le siamo meritate tutte.
Ringrazio davvero Mauro dell'opportunità e spero proprio che ce ne siano ancora.

Giovanni Mazzanti

martedì 25 settembre 2012

CALCARE IL CALCARE...


Incalzato dal tempo che fugge, finalmente riesco a "postare" il resoconto della "due giorni" del 15-16 settembre 2012 sul "Grignone" (alias Grigna Settentrionale, 2409 m s.l.m.) col corso ferrate 2012 del CAI Bologna, alla quale ho partecipato come accompagnatore insieme a 16 corsisti, agli accompagnatori Danilo, Federico, Mauro V., e al direttore del corso Mauro Pini. Obiettivo:  percorrere la divertente ferrata del Sasso dei Carbonari e calcare così con gli scarponi il calcare delle Grigne...
Siamo  partiti sabato 15 settembre all'alba dal Centro Borgo con tempo splendido e 21 spettatori (noi...) alla volta del Lago di Como, o meglio di "...quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti" (tra cui appunto le Grigne), detto altresì Lago di Lecco.
Dopo alcune peripezie per trovare la strada giusta sull'angosciante galleria senza uscite che fiancheggia il lago, e un eccitante toboga in auto su per i ripidi tornanti della stradicciola che arranca sui fianchi calcarei delle Grigne (il periodo è volutamente lunghissimo per dare un'idea della strada infame...), finalmente siamo arrivati a Vo' di Moncodeno (1466 m) e ci siamo incamminati in fila indiana nella Valle dei Molini tagliando obliquamente la Costa di Prada, con ampie e spettacolari vedute sull'alta valle e sulle prime aspre guglie di quel paradiso del calcare che sono le Grigne.
Raggiunto agevolmente sotto un sole cocente (alla faccia della rima...) il Rifugio Bogani (1816 m) del CAI di Monza, con un piacevole saliscendi tra boschi di larici, piccole radure, voragini e doline (alcune delle quali - dette "ghiacciaie" - conservano per tutta la stagione il prezioso tesoro della neve invernale), abbiamo valicato la Bocchetta di Piancaformia (1805 m) e, dopo una breve discesa, con una lunga traversata in costa sotto le bastionate calcaree della Cresta di Piancaformia abbiamo raggiunto l'ampia e soleggiatissima Conca di Releccio e il Rifugio Bietti-Buzzi (1719 m), meta del primo giorno e base di partenza per la Ferrata del Sasso dei Carbonari.
Nel pomeriggio, dopo la sistemazione in Rifugio, ci è rimasto molto tempo a disposizione.
Allora Mauro Pini ha individuato un piccolo dirupo roccioso con paretina quasi verticale di cinque-sei metri di altezza, e con l'aiuto di noi accompagnatori ha organizzato una piccola dimostrazione sul "fattore di caduta" in ferrata: cioè sul fatto che la forza applicata all'alpinista nella caduta viene amplificata in ferrata dal brusco strattone del breve cordino con moschettone quando esso si arresta sul chiodo più vicino che blocca la caduta.
Come noto, questo effetto di amplificazione rende indispensabile il dissipatore nel kit da ferrata.
Un masso di una trentina di chili ha recitato la parte dell'alpinista legato al cordino, una corda tesata con due bastoni la parte del filo ferrato e un moschettone quella del primo chiodo. Il cordino non si è spezzato - come può succedere se manca il dissipatore - anche perchè il masso ha urtato uno dei bastoni che mantenevano tesa la corda, rendendo meno brusco lo strattone. Comunque si è snervato e "cotto" in vari punti. E' stata per tutti, a partire dal sottoscritto, un'utile esperienza, che fa capire come lapalissianamente sia meglio non cadere che cadere, specie in ferrata e nonostante l'imbrago.
La cena è stata semplicemente sontuosa, a base di pizzocheri, arrosto con purè, dolce, vino, caffè e ammazzacaffè in abbondanza. Dato che la "signora del rifugio" non riusciva a farci finire i pizzocheri che aveva cucinato, nonostante ce ne portasse in continuazione, io e pochi altri valorosi abbiamo dovuto offrirci volontari per l'ardua impresa: è stata dura, ma ce l'abbiamo fatta...
L'indomani ci siamo alzati di buon mattino pronti per l'impresa vera e propria: la ferrata del Sasso dei Carbonari. Siamo usciti dal rifugio con la corona di cime della Conca di Releccio avvolta dalla bruma, una bruma che purtroppo in quota non ci ha abbandonato per tutto il giorno. Abbiamo tagliato in costa la conca, traversando gli aridi valloni carsici e passando sotto i verticali e umidi appicchi del Sasso di Seng.
Dopo aver risalito un breve ma ripido pendio tra pini mughi, siamo giunti alla Bocchetta di Val Cassina (1823 m) e qui, indossati guanti, imbraghi e caschi, abbiamo iniziato la ferrata.
Abbiamo anche utilizzato una corda da 10 mm come ulteriore sicurezza per chi voleva sentirsi in una botte di ferro, corda egregiamente manovrata dai due Mauri, Danilo e Federico.
Il sottoscritto, consapevole delle sue lacune tecniche, si è piazzato da subito in ultima posizione, a fare "da scopa".

La ferrata ci si è presentata varia e movimentata: un'alternanza continua di ripidi prati punteggiati di stelle alpine e di saliscendi su paretine attrezzate, a tratti pressochè verticali e lisce, agevolati da gradini e catene. La salita ha richiesto molto più tempo del previsto. In realtà c'era da aspettarselo, anche perchè si trattava della prima vera uscita in ambiente per i corsisti, dopo le prove techiche a Badolo. E si sa che al di là delle difficoltà tecniche è l'ambiente, con la sua vastita ed esposizione, a mettere in difficoltà - soprattutto i neofiti.

Terminata la ferrata attorno alle 13:30, in mezz'oretta abbiamo completato l'ascesa al Grignone, raggiungendo il Rifugio Brioschi (2403 m), subito sotto la vetta (2409 m). Purtoppo la nebbia ci ha tolto la soddisfazione della visuale a 360 gradi e della foto ricordo con panorama...
La discesa, iniziata con cautela visto l'infido sentiero parzialmente attrezzato che discende il versante nord del Grignone, è poi proseguita con passo sempre più incalzante giù giù fino al Rifugio Bogani e infine a Vò di Moncodeno.
Per non farci mancare nulla, al ritorno noi accompagnatori e un manipolo di corsisti arditi ci siamo lanciati per una nuova stradina iper-ripida con tornanti che costringevano il "Fede-pilota" a manovre ardite. Indi ci siamo sciroppati un po' di traffico in quel di Lecco, traffico che abbiamo prontamente bypassato con un'ottima pizza e birra alla pizzeria Santa Polenta nella celeberrima "metropoli" di Oggiono (LC).
Il ritorno in superstrada fino a Milano e autostrada fino a Bologna non ci ha riservato altre sorprese.
E, visto l'orario, buonanotte a tutti...
 
Giovanni Mazzanti
 

sabato 31 marzo 2012

SCALARE IL VETTORE...


Finalmente un attimo di respiro per poter aggiornare questo blog con un breve resoconto dell'esaltante
"tre giorni" sui Monti Sibillini!
Come sempre devo un grazie all'AE-AEI Mauro Pini, che mi ha coinvolto ancora come aiuto-accompagnatore in questa spettacolare uscita conclusiva del corso di escursionismo invernale 2012 del CAI Bologna, di cui Mauro è responsabile.
E anche questa volta - come già lo scorso anno in Val Maira - ci siamo trattati alla grande, con una chiusura al fulmicotone: tre giorni di "full immersion" nella montagna e nell'escurionismo invernale a tutto tondo, con base a Forca di Presta (AP), dove abbiamo pernottato presso il Rifugio degli Alpini, gestito dal baffuto e simpatico Gino.
E tre giorni baciati dal sole, con solo qualche velatura la domenica.
Inizio alla grande il venerdì 16 marzo 2012 per Mauro e gli aiuto-accompagnatori (l'AE-AEI Mauro V., Antonio, Claudio, Simone e il sottoscritto).
Levataccia e ritrovo alle 4:45 al Cimitero dei Polacchi per poter in giornata  "Scalare il Vettore" - un controsenso per gli esperti di fisica-matematica, ma nei misteriosi Monti Sibillini si possono anche violare le regole della fisica... - cioè dare l'assalto al versante meridionale della vetta più alta del massiccio (2478 metri sul livello del mare), che si erge imponente e maestosa sull'ampia sella della Forca di Presta (1534 m).
Terminato il lungo viaggio in auto, abbiamo risalito con ottimo ritmo i ripidi fianchi erbosi ed assolati del Vettoretto, dove abbiamo voluto e dovuto cercarci i pendii più ripidi e i pochi canaloni innevati per far mordere la neve (e anche la terra e il fango...) ai nostri ramponi desiderosi di mettersi in mostra. Dopo aver "scaldato a dovere la caldaia" sotto un sole cocente, sudando abbondantemente nei pendii non esposti al vento, abbiamo raggiunto il valico della Forca delle Ciaule e il Rifugio Zilioli (2200 m).
Da qui in poi finalmente la neve si è fatta predominante e abbiamo risalito il bel canalone che conduce alla cima del Vettore, con una duplice sorpresa legata sempre alla croce di vetta, già visibile (almeno in apparenza...) dal Rifugio:
- quella che si vedeva dal basso era una "croce non di vetta", posta su un'anticima che assomiglia tanto alla cima vera, ma non lo è;
- la croce di vetta vera era nascosta e piegata: dai fulmini, dal vento o da qualche spirito maligno, chissà - i Sibillini erano i monti delle fate, delle streghe e delle magie...
In cima abbiamo pranzato in totale relax sotto il sole e quasi senza un alito di vento, poi siamo scesi a bomba al Rifugio degli Alpini, dove verso sera hanno cominciato ad arrivare alla spicciolata i 16 corsisti.
Il magico tramonto sul Vettore dal Rifugio, la cena in compagnia con ottimo cibo e ottimo vino, la visita di una volpe che si è mangiata i nostri avanzi, i racconti incredibili e accattivanti di Gino il rifugista: tutto ha fatto sì che la serata del venerdì chiudesse alla grande una giornata che alla grande era iniziata.
Il giorno dopo, sabato 17 marzo 2012, è finalmente giunta l'ora per i corsisti di mostrare sul campo tutto quello che hanno imparato durante il corso. E loro l'hanno fatto con scrupolo, entusiasmo e abnegazione, dando tutto senza lesinare le forze nella bellissima escursione che ci ha portato dai pressi della Forca di Gualdo (1496 m) - sul versante umbro dei Sibillini, non lontano da Castelluccio di Norcia - al Monte Argentella (2201 m), ampio baluardo sulla cresta che dal Redentore scende fino al monte Vallelunga e al Monte Sibilla, dividendo i Piani di Castelluccio e l'alta Valle del Nera dalla conca del lago di Pilato e dalla Val d'Aso.
E' stata una giornata nella quale abbiamo davvero fatto di tutto: stupefatti per il sorprendente incontro con una volpe (non la stessa del Rifugio, le volpi abbondano nei Sibillini...) che ci si è fatta incontro sull'asfalto del parcheggio alla Forca di Gualdo mentre preparavamo l'attrezzatura, prima ci siamo incamminati tra i modesti declivi del Pian Perduto sotto il sole cocente, tra prati di erba giallastra rinsecchita e qualche isolato cavallone di neve. Giunti alla Fonte di San Lorenzo - una delle poche in quest'area carsica di roccia calcarea - ci siamo inerpicati sulla dura neve nell'ombrosa, bassa e fitta faggeta.
Poi abbiamo traversato sotto un venticello teso un ripido nevaio di neve compatta dove gli scarponi faticavano a lasciare l'impronta, ciò che ha richiesto da parte nostra la massima attenzione.
Quindi abbiamo calzato i ramponi e dopo un bel traverso che ci ha portato al Colle Albieri (1800 m), seguendo le scrupolose indicazioni di Mauro ci siamo esercitati nelle manovre di arresto con piccozza su un nevaio che sembrava fatto apposta per lo scopo, provandole in tutti i modi: non solo a testa in su di pancia e di schiena, ma anche a testa in giù di schiena e di pancia.
E qui le ragazze - Antonia, Giulia, Nadia, Silvia, Simona - hanno dato ottima prova di sè, dimostrando che le donne non temono confronti quanto a risolutezza e coordinazione (doti indispensabili nella manovra di arresto).
Indi, la parte più "tosta" fisicamente del percorso: dopo una marcia in costa con i ramponi sulla neve della "Strada Imperiale", una ripida salita lungo un canalone gemello di quello del Vettore, fino all'anticima dell'Argentella.
Per non turbare gli spiriti della montagna - come Reinhold Messner e Hans Kammerlander sul Kanchenjunga - abbiamo rispettosamente evitato la vetta, ma questo non ci ha impedito di goderci lo spettacolare panorama sulla surreale conca di Castelluccio e sulla valle del Lago di Pilato, ancora imbiancata e immersa nel suo isolamento invernale, protetta com'è dalla chiostra di monti che va dal Torrone, al Vettore, alla Cima del Lago, al Redentore, all'Argentella stesso.
Poi la discesa, non meno impegnativa per le articolazioni a causa di vari traversi su neve e fango, e con un finale tutto ciaspole e scivolate su nevai fradici, fino a reimmergerci nel bosco e riattraversare il Pian Piccolo.
Così, avendo dato tutto, quando abbiamo riguadagnato le auto eravamo davvero cotti tutti quanti... e siamo rientrati in rifugio. Gli aiuto-accompagnatori in auto con Mauro si sono anche beati della musica dei Pink Floyd ("Hey you", e altre perle), degno commento musicale al suggestivo tramonto sul surreale Piano Grande di Castelluccio.  
La splendida giornata si è chiusa con una splendida serata, ancora di taglio prevalentemente mangereccio: antipasto a base di birra, formaggi e ricotta a volontà, comprati dai corsisti in quel paradiso della gastronomia che è Castelluccio di Norcia. E cena di cui non ricordo molto, dato il vino abbondante che ha fatto seguito alla birra....
Il terzo giorno, domenica 18 marzo 2012, è stato all'altezza dei due precedenti, se non dal punto di vista dell'impegno "tecnico-fisico" almeno da quello della bellezza del paesaggio, dei panorami e della compagnia. Dal Rifugio degli Alpini abbiamo compiuto una bella traversata in direzione Sud-Ovest fino al Colle delle Cese (1530 m) e al Rifugio Città d'Ascoli, dove alcuni appassionati di astronomia avevano piazzato i loro potenti telescopi per vedersi al meglio la memorabile congiunzione "Giove - Venere".
E di qui siamo scesi a "il Laghetto", piccolo specchio d'acqua nel cuore del "Pian Piccolo", che cela un inghiottitoio carsico. Abbiamo attraversato da Sud a Nord il Pian Piccolo e qui abbiamo trovato il modo di fare una buona azione, dando una mano ad un automobilista sprovveduto che pretendeva di salire con una Opel Zafira fino al Colle delle Cese, ma... per quale strada? 
Dopodichè a spron battente siamo risaliti nuovamente fino a Forca di Presta e al Rifugio degli Alpini. 
E a questo punto, prima di ridiscendere definitivamente nella nostra "valle Padana di lacrime", ancora una volta abbiamo ceduto ai piaceri della carne - cioè del cibo - con un sontuoso pranzo a base di specialità norcine in quel di Castelluccio: salumi, formaggi, ricotta affumicata, frittata al tartufo, lasagne, polenta e spezzatino, funghi misti, fagioli al prosciutto e - ovviamente - lenticchie, il tutto innaffiato di abbondante Montepulciano d'Abruzzo, birra e vino di visciole...
Per chi c'era (Mauro Pini e il sottoscritto) si è trattato di un bis di un altro memorabile pranzo risalente al maggio 2010, quando i Sibillini ci avevano dispensato a piene mani non il sole - come in questa calda seconda metà di Marzo - ma... la neve!

Giovanni Mazzanti

  

martedì 6 marzo 2012

TRA LA BRANCIA E LA FRACASSATA... IL CASAROLA

Finalmente di nuovo sulle mie montagne!!!!!
Dopo lunghe settimane di duro lavoro - per carità, vietato lamentarsi con i tempi che corrono... - finalmente ho calcato di nuovo scarponi, ciaspole e ramponi sulla terra, sulla neve e sul ghiaccio dei nostri monti appenninici.
L'ho fatto in qualità di aiuto-accompagnatore al corso di escursionismo invernale 2012 del CAI Bologna, organizzato e guidato come sempre egregiamente dall'AE/AEI Mauro Pini.
Con Mauro, altri 4 accompagnatori (Claudio, Giuseppe, Emilio, Mauro V.) e 18 corsisti siamo partiti alle 5:30 dal parcheggio del Centro Borgo.
Nonostante l'orario antelucano, il parcheggio era animato da un'insolita attività: infatti il Centro Borgo è punto di ritrovo ben noto al CAI Bologna e agli escursionisti in genere. Abbiamo quindi condiviso i preparativi con un gruppo di sci-alpinisti in partenza per l'Alto Adige, più esattamente per la superba Val Passiria.
Partiti adunque da Bologna alle "zenq e mez d'la mateina", ci siamo incamminati - o per meglio dire "inmacchinati"... - in direzione dell'Alto Reggiano: meta il Casarola (1978 metri s.l.m.), che definire anticima dell'Alpe di Succiso (2017 m) è forse un poco riduttivo, visto che dalla Valle del Secchia è proprio il Casarola, e non la più alta Alpe, a "metterci la faccia" e mostrarsi in tutta la sua regolare imponenza a chi arriva percorrendo la strada statale 63 del Passo del Cerreto. 
Prima però di presentarci al cospetto dei Giganti dell'Alto Reggiano, abbiamo pensato bene (anzi, benissimo!) di ristorarci a un ottimo baretto in località La Vecchia di Vezzano sul Crostolo, dove un simpatico barista alla Peppone (con tanto di baffi inclusi) ci ha rimpinzato a dovere a suon di cappuccini e paste.
Poi, dopo le solite interminabili curve e controcurve della SS 63 - allietate se non altro in sequenza dalle vedute mozzafiato della Pietra di Bismantova, del grande groppone bianco del Cusna e dei pendii aspri e poco innevati di Cavalbianco e Nuda del Cerreto - eccoci finalmente ai piedi di sua maestà il Casarola.
E qui le prime perplessità: vedendo i dirupati fianchi del grande monte spogli di neve, con solo i profondi canaloni che ancora custodivano il bianco elemento, ad alcuni accompagnatori - incluso il sottoscritto - è venuto il dubbio di poter lasciare le ciaspole nei bagagliai e portare unicamente ramponi e piccozza (gli strumenti che dovevano essere il tema della giornata). Bene ha fatto il "capo" Mauro a rigettare l'opzione, decidendo che era meglio non rischiare e portare tutta l'attrezzatura con sè.
Lasciate le auto nei pressi del bivio per Cerreto Alpi, a circa 900 metri sul livello del mare, abbiamo imboccato il sentiero CAI n. 651. Procedendo ottimamente allineati e coperti come un plotone militare, abbiamo rapidamente colmato il primo dislivello di circa 450 metri che ci separava dalle piane di Capiola, salendo con decisione nella faggeta senza neve e a tratti quasi rinsecchita - a testimonianza di come bastino pochi giorni di sole caldo e vento primaverile a sciogliere la tanta neve caduta in precedenza.
Eppure avvicinandosi a Capiola abbiamo capito come non tutto fosse scontato: bastava un lieve raddolcimento del ripido pendio, con una piccola variazione di esposizione, per regalarci le prime chiazze di neve, molle e fradicia, ma a tratti già abbondante.
Giunti a Capiola, ecco le faggete mutarsi in rade boscaglie e praterie, già ricoperte da una spessa coltre bianca, che ci ha quasi subito indotto a calzare le ciaspole. E meno male che le avevamo portate, dato che a tratti già si sprofondava vistosamente. In breve, siamo usciti nell'ampia radura ai piedi del Casarola e il panorama si è aperto in tutte le direzioni, con l'elegante Monte Ventasso alle nostre spalle ad impreziosire le vedute.
E qui un secondo dubbio ci si è posto, dato che per la salita le alternative erano due. La prima: salire a sinistra lungo il sentiero CAI 651 per la dorsale detta "Costa della Brancia" - di primo acchito più ripida e meno innevata. La seconda: seguitare a destra in piano e poco prima della località detta "la Fracassata" (nomen omen) prendere il sentiero CAI 657 risalendo la Costa del Mainasco, apparentemente più blanda.
Ancora una volta abbiamo rigettato le apparenze, guardato bene la carta e dato retta a Mauro, scegliendo la seconda ipotesi. Decisione saggia, dato che durante la salita la fronteggiante Costa del Mainasco ci si è mostrata ben più ripida di quanto visibile dal basso, e abbondantemente innevata nella parte superiore.
Con ottimo passo e gioco di squadra, alternando i battistrada, abbiamo proseguito con relativa rapidità sulla neve via via più profonda, risalendo la ripida faggeta solcata a tratti da profondi ed insidiosi canali di scarico delle valanghe.
E siamo usciti in un ampio prato innevato, dove abbiamo fatto tutti pratica con ramponi e piccozza.
Quindi abbiamo rimontato la lunga e ripida dorsale che doveva condurci in vetta al Casarola, libera quasi ovunque da neve, ma spazzata da un forte vento, con raffiche che a tratti ci spostavano di peso.
Poi finalmente l'estasi della vetta e del panorama mozzafiato a 360°, dominato dalla vicina e imponente Alpe di Succiso, con i suoi profondi canaloni ingombri di neve e ghiaccio, e le dorsali spazzate dal vento.
Un'ispezione della parte alta della Costa del Mainasco ha confermato la bontà della scelta della salita e consigliato di scendere per la stessa via.
Ancora spazzati dal vento, ci siamo messi in fila lungo la dorsale e ci siamo beati della vista senza confini su Cusna, Prado, Nuda, Cavalbianco, Ventasso e Monte Alto, quest'ultimo proteso a custodire quasi gelosamente come un  bianco tesoro ai suoi piedi la conca delle sorgenti del Secchia. 
Di nuovo nel bosco per fare ancora pratica con le ciaspole sul ripido pendio abbondantemente innevato, con la neve che oltretutto - visto che oramai il sole stava calando - aveva assunto una consistenza dura e granulosa con croste portanti, ben diversa da quella della salita.
La discesa nella faggeta è stata come al solito rilassante, ma bene ha fatto Mauro a richiamarci all'attenzione e ad evitare di abbandonarci alle chiacchiere: gli scivoloni nell'ultima parte delle discese hanno provocato ben più di un incidente a escursionisti che avevano ormai tirato i remi in barca...
Tutti sulle auto, allora, a caccia di una birra, un panino, un erbazzone o qualunque altro cibo solido o liquido potesse placare fame e sete.
Ma cibo e ristoro sembrano quasi introvabili nell'alto Reggiano: di certo sono ben più rari delle forti emozioni che la natura dispensa a piene mani...

Giovanni Mazzanti  

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